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12/03/2021

Così ho raggiunto il Campo Base dell’Everest in mountain bike

Lunedì 8 marzo, alle 11:22 ora italiana, Omar Di Felice si è inginocchiato davanti a una scritta rossa dipinta sulla roccia: Everest Base Camp 5364.

In quel momento è diventato il primo ciclista di sempre ad avere raggiunto in inverno in mountain bike il campo base sul versante nepalese dell’Everest dopo aver attraversato in pieno inverno tutta la regione himalayana. Completamente solo, senza team a supporto. Un’avventura estrema iniziata il 15 febbraio da Kathmandu e conclusa dopo 1294 chilometri (con 33.630 mila metri di dislivello) di strada.

Che poi “strada” è un eufemismo. Omar ha affrontato mulattiere e sentieri rocciosi, si è caricato la bici in spalla e ha percorso lunghi tratti a piedi affondando le scarpe da ciclismo nel fango. Un ciclo-alpinista alle prese con i passi più vertiginosi del pianeta, con temperature impazzite e gli schiaffi del vento. Solo lui, lo zaino e la bicicletta. Diventati tutt’uno con l’immensa natura intorno.

È stata la tua avventura più difficile?

“È stata di sicuro la più completa. Non ho solo pedalato, ho dovuto anche camminare con la bici in spalla e affrontare sentieri impervi, resi impraticabili dagli smottamenti. E a 5300 metri di quota, tutto è più complicato: sembra di muoversi al rallentatore. Ma le difficoltà non fanno che aumentare la soddisfazione finale”.

I passaggi tecnicamente più complicati?

“Sul Thorung La, il più alto passo transitabile al mondo (5416 m), ci sono stati dei momenti in cui ho avuto paura. I sentieri non erano più battuti da circa un anno: la pandemia ha tenuto lontano gli escursionisti. Anche il trail verso il Campo Base dell’Everest è stato problematico, con tratti scivolosi nella foresta”.

Poi però hai raggiunto il tuo traguardo.

“Ho scelto di concludere la mia avventura sul Campo Base dell’Everest per il grande valore simbolico, ma nei 20 giorni precedenti ho attraversato in inverno l’intera regione himalayana. Di solito c’è chi affronta solo l’ultimo tratto da Lukla all’Everest”.

Sei passato dal massiccio dell’Annapurna all’Everest: cosa si prova al cospetto dei leggendari Ottomila?

“Salire sull’Everest è come entrare nel Colosseo: respiri la storia. È un luogo iconico, dove si sono compiute le grandi imprese dell’alpinismo. Davanti al Khumbu Icefall, l’enorme cascata di ghiaccio sul fianco del monte Everest, sono rimasto senza fiato”.

Hai sempre trasportato tutto il tuo equipaggiamento con te, senza team di supporto. Come ti sei organizzato per le soste?

“Mi fermavo nei villaggi che incontravo lungo la strada e dormivo nelle guesthouse, case abitate da famiglie con stanze per gli ospiti al piano superiore. Per riscaldarsi accendevano vecchie stufe, quando c’erano. L’acqua calda per lavarsi invece era del tutto assente. Mi porgevano catini di acqua gelida presa dai fiumi. Stringevo i denti dalla disperazione e mi immergevo. È stato uno degli aspetti più duri della mia avventura”.

Viaggiare significa anche esplorare, aprirsi a nuove culture e scoprirsi umanamente più ricchi.

“Mi mancheranno le persone che ho incontrato nella mia avventura. I bambini sorridenti che correvano al mio fianco, i villaggi che mi acclamavano, gli sherpa con i loro yak che mi vedevano in bicicletta e dicevano: ‘Sei più forte di noi, ti meriti il nostro rispetto’. Ho incontrato popolazioni molto povere, ma ricchissime di umanità”.

È stata la tua prima avventura estrema con l’abbigliamento tecnico UYN.

“Sono passato dai -15° della regione del Mustang, la più arida e fredda di tutta l’Asia, con raffiche di vento terrificanti, ai 35° delle valli vicino a Kathmandu. Poi verso l’Everest ho trovato di nuovo il freddo e la neve. In un’unica avventura ho attraversato tutte e quattro le stagioni con lo sbalzo termico più grande che abbia mai affrontato. L’abbigliamento UYN mi ha garantito in ogni momento il comfort totale. Non mi sono mai trovato bagnato di sudore o raffreddato, il sistema di ventilazione tra gli strati regola perfettamente la temperatura corporea, sia durante l’attività che nei momenti di pausa”.

Quali capi hai indossato?

“Ho adottato la tecnica di vestirmi a strati. Prima l’intimo, poi la maglia, infine la giacca o lo smanicato. Avevo tre giacche di diversa pesantezza, lo smanicato e una giacca packable antivento. In base alle condizioni climatiche aggiungevo o toglievo gli strati e combinavo i capi in maniera diversa. Devo dire che la termoregolazione è sempre stata perfetta”.

Le qualità che ti hanno colpito di più nei prodotti UYN?

“La vestibilità è un importante valore aggiunto. L’assenza di cuciture nei capi si avverte, soprattutto nelle lunghe distanze. Il capo segue ogni movimento senza creare costrizioni, sfregamenti o punti di pressione. Anche quando si sovrappongono più strati, i movimenti rimangono sempre liberi e naturali. È stata la mia prima avventura estrema con UYN: ho potuto apprezzare la straordinaria qualità”.


L’ultraciclista Omar Di Felice è ambassador del marchio UYN. L’abbigliamento tecnico utilizzato per la spedizione in Himalaya è stato realizzato da AREAS (Academy for Research and Engineering in Apparel and Sport), il nostro moderno laboratorio di Ricerca e Sviluppo, in collaborazione con l’atleta stesso. La maglia a maniche lunghe, le giacche e i pantaloni invernali saranno disponibili in commercio a partire dal prossimo autunno. Maglia a maniche corte e pantaloncini corti saranno invece acquistabili tra pochi giorni nel nostro shop online e nei migliori negozi.

I prodotti UYN sono realizzati a partire da materiali naturali (la lana Merino per intimo, calze e accessori) o bio-based, come NATEX, la fibra di nuova generazione derivata dai semi di ricino. Grazie a NATEX, la maglia e i pantaloncini UYN sono il 25% più leggeri e asciugano il 50% più rapidamente rispetto ai capi equivalenti in nylon tradizionale. Le avanzate tecnologie UYN garantiscono capi con un sistema di termoregolazione bodymapped: efficace isolamento nelle aree strategiche e traspirazione nelle zone del corpo soggette a maggiore sudorazione. Ideale per affrontare ogni condizione. Anche l’Everest.